Leggiamo e commentiamo l’interessante articolo di Massimo Gaggi “La morte di Paul Marcinkus «banchiere di Dio» in esilio” apparso sul Corriere della Sera del 22/02/2006. Le considerazioni che ne scaturiscono sono ancora una volta brucianti, anche per chi ha letto il famoso saggio di David Yallop sulla morte di Papa Luciani, In nome di Dio.

L’articolo non esita a definire Marcinkus come il mandante.

Ne leggiamo alcuni stralci:
«Non si governa la Chiesa con un’Ave Maria».
L’americano più potente della storia della Chiesa cattolica, l’uomo che è stato per 17 anni (dal 1971 all’89) il padrone assoluto delle finanze vaticane e che è stato accusato di crimini terribili, non ha mai voluto raccontare la «sua verità» né ai magistrati italiani che hanno tentato invano di arrestarlo per il crac del Banco Ambrosiano né alla stampa. Paul Casimir Marcinkus è morto ieri mattina (21 febbraio 2006, aveva 84 anni) (…) Pesantemente coinvolto, in Italia, negli scandali politicofinanziari degli anni 70 e 80, alleato di personaggi come Michele Sindona e Roberto Calvi, il presidente dell’Istituto Opere di religione — la banca del Vaticano al centro del crac del Banco Ambrosiano — non ha mai risposto all’accusa di aver «svuotato» le casse dell’Istituto. Rude e spregiudicato, è stato però sempre protetto da Giovanni Paolo II perché con i soldi dello IOR, ha finanziato anche il sostegno politico a Solidarnosc contro il regime comunista polacco e la lotta dei «contras» nel Nicaragua finito nelle mani dei rivoluzionari sandinisti, due argomenti interessanti per il papa.
Il crollo dell’Ambrosiano e l’assassinio di Roberto Calvi risalgono all’estate del 1982. Emerse subito che gran parte dei 1.800 miliardi di lire sottratti alle finanze della banca erano finiti direttamente o indirettamente allo Ior o a organizzazioni indicate dalla banca vaticana. Il nome di Marcinkus resta legato alla stagione più torbida della storia politica del Dopoguerra: il tentativo della loggia massonica P2 e di alcuni ambienti finanziari di occupare varie istituzioni del nostro Paese. Una stagione macchiata dal sangue di molti delitti di mafia intrecciati con queste vicende politico-finanziarie, segnata dalle gesta della Banda della Magliana e sulla quale non si è mai riusciti a fare pienamente luce: molti dei protagonisti, a partire proprio da Calvi e Sindona, sono stati infatti «eliminati», mentre chi conosceva pezzi della realtà ha preferito tacere, lasciando campo libero alle accuse formulate (ma mai verificate) da «faccendieri» come Francesco Pazienza e Flavio Carboni.
La figura di Marcinkus ha continuato così a galleggiare per anni in un mare di accuse mai provate: non solo quelle della magistratura, prevalentemente a sfondo finanziario, ma anche le ricostruzioni di saggisti che lo hanno dipinto addirittura come il mandante dell’assassinio di papa Luciani. Il pontificato di Giovanni Paolo I durò appena 33 giorni: fu trovato morto all’alba del 29 settembre del 1978. Infarto, dissero i medici, ma alcuni libri pubblicati negli ultimi anni hanno puntato il dito su Marcinkus e sul cardinale Villot, allora segretario di Stato, accusati di aver architettato l’eliminazione di un pontefice «scomodo» che intendeva decapitare la Curia e riformare a fondo le finanze vaticane.