Il Maestro Greco mi disse una volta: “Per fare il teatro devi essere un principe, oppure un morto di fame. Perché se sei un principe, allora puoi fare quello che vuoi. Tu paghi, e dirigi. Dài gli ordini, perché gli attori sono come gli operai: hanno bisogno di chi gli dice cosa devono fare. Altrimenti, se non sei un principe, allora non puoi fare il tuo teatro. Puoi fare il teatro, puoi esser uno degli operai che s’ingegnano di far questo per non lavorare. E poi ci sono i tecnici, gli elettricistici, i fonici, fino a chi sta al botteghino. Questo è il teatro: Deu Sex Machina.” Naturalmente, lo scambio della “S” finale che diventa iniziale non è un errore, ed è fedele alla pronuncia e all’intenzione (e non più che a questo).

Altrettanto naturalmente, il Maestro aveva ragione. Eppure, da qualche parte sentivo un’eco della sua medesima voce, che diceva “Questo non è tutto. O meglio, questo è tutto il teatro borghese e cioé il teatro subìto. In una parola, quello che vai a vedere, non quello che fai.”

Non cerco più nemmeno d’essere capito.

Da qualche giorno a questa parte, dal mio cranio han cominciato a germogliare dei fiori.

Arlecchino finalmente confessera^ di non aver nessun interesse per un teatro da vedere. Lui, ed anche Pinocchio, cercavano un teatro da fare. Sentivano e sentivamo, come tu senti ed io sento, che doveva esserci qualcos’altro, da qualche parte, sebbene remoto, dimenticato, respinto. Però vivo. Interessati a questo, scoprimmo l’utopia del Leaving Theatre, tradita, disfatta, sputtanata, certo; una troiata quasi come il neorealismo, come lo era anche la maieutica dell’Odin Teatret – con le sue radici in Jerzy Grotowski e in Victor Turner e, ancora, nell’Abbey Theatre che fu di Annie Horniman, di Florence Farr, di Maud Gonne e di William Butler Yeats. Tra una maschera e l’altra, il teatro rivelò il suo valore antropologico , cioè iniziatico.

Il teatro iniziatico

golden password