Caro Gad, Signore e Signori Lettori degli interspazi del web,

desidero riproporre alla vostra attenzione il tema dei Marrani come archetipo delle culture ibridate o, con linguaggio meno edulcorato, come apologia dei bastardi.
Provo a spiegarmi meglio. Sono del tutto persuaso che il senso profondo della modernità stia nel riconoscimento della necessità di costituire i fondamenti per superare quello che, con una locuzione di Pasolini, si potrebbe definire “nuova preistoria”. La nuova preistoria finisce con l’inizio del XXI secolo, con l’avvento di internet (sotto un altro profilo, la scoperta delle pergamene del Mar Morto aveva preannunciato l’imminente inizio di una nuova epoca).
La fine della dottrina del superuomo, l’avvento di una società transindividuale, l’ibridazione tra persona e macchina sono alcuni tra i principali temi del futuro.
Anche le categorie della politica devono essere rivedute in questa prospettiva. La falce e il martello, in un’epoca in cui agricoltura e industria cedono occupazione in funzione dei servizi, non hanno altro senso che quello della reliquia. Ecco, l’argomento è politico. Ma non soltanto: investe la sfera della filosofia e della teologia, ma anche dell’economia, della sociologia, dell’antropologia, nei termini di una logica weberiana.

A causa dell’ampiezza dello spettro degli argomenti, vengo subito alla tesi centrale che propongo come riflessione: e cioé il marranesimo come sistema di incrocio e di confluenza, eretto a paradigma della logica del Mediterraneo dalle più acute tra le recenti elaborazioni (cito volentieri ad esempio un momento importante di riflessione programmatica qual è stato il convegno di Bari del 2001, i cui atti sono raccolti nel volume Conflitti, migrazioni e diritti dell’uomo. Il Mezzogiorno laboratorio di un’identità mediterranea).

Non sono tanto dell’idea di proporre un’identità mediterranea, quanto il tema della destrutturazione dell’identità e l’accesso ad una nozione di identità plurale, caro all’antropologia di Levi-Strauss e sicuramente molto adatto al nostro tempo.

Come sai, i Marrani parlavano i dialetti regionali, scrivevano lettere e contabilità mercantile in lingua araba, pregavano in ebraico. A mio modo di vedere, non è questa la vetta di ciò che li costituisce come effettivo paradigma della modernità. Il punto più alto, l’iperbole assoluta che dev’essere vista e rivista anche in questa prospettiva, è il Trattato Teologico-Politico, che è il frutto più maturo del marranesimo (e, a ben vedere, anche un impareggiabile serbatoio di quel che l’Europa può generare in termini di libertà e custodia dei diritti).

Come sai, Baruch Spinoza, l’autore del mai abbastanza celebrato Trattato, insieme alla famiglia andò via dal Portogallo, dove i genitori avevano accettato la conversione al cristianesimo, illudendosi che questo potesse bastare a garantire loro una vita tranquilla. Non diversamente che in Spagna o in Sicilia – che a quel tempo ricadeva sotto corona spagnola – la condizione del Marrano rimase quella di chi è costantemente sotto il rischio di essere accusato, anche soltanto di accendere le candele alla sera del venerdì. Un’accusa che poteva significare la requisizione dei beni, se non la tortura o il rogo.

Per la maggior parte, questi Marrani hanno finito col dimenticare le loro origini ebraiche. E’ stato un processo di assimilazionismo ante litteram. Scusandomi per la nota personale, dirò che mi è accaduto di spiegare finalmente la mia istintiva avversione per le raffigurazioni antropomorfe della divinità e l’assoluta fascinazione per l’Antico Testamento quando un amico mi ha regalato un libro dicendo: “Tieni, Davide. Questi libri puoi leggerli solo tu”. Invero, non mi è sembrato un gran che. In copertina stava scritto “Gli ebrei dal tardoantico al medio evo. Studi in onore di Monsignor Benedetto Rocco”. L’ho messo in libreria, dopo averlo sfogliato distrattamente.

Dopo qualche tempo, ho ritrovato quel libro cui non avevo prestato abbastanza attenzione. E, dentro, ho scorto la storia di un uomo che portava lo stesso mio cognome, l’ultimo Dayan Kelaly di Sicilia prima dell’ espulsione del 1492. L’ho ritrovato anche nel volume V di Italia Judaica. Lo so, certo, l’ebraismo si trasmette in linea matrilineare. E poi, può anche darsi che tra me e M. Giosué non vi sia nessun rapporto. Infatti, non è questo che importa. Rileva invece che per anni ho sentito la necessità di studiare il tema. Mi sono addentrato tanto da trovarmi sul punto di compiere il tiqqun, la conversione all’ebraismo. Due cose mi hanno fermato: primo, l’idea stessa di conversione. Questa obiezione era comunque superabile, mediante il semplice pensiero che “conversione” è solo una traduzione impropria di un concetto che, inveve, è quello di “ritorno”.

L’altra obiezione, invece, mi è rimasta insormontabile. E’ l’immagine del giovane Baruch Spinoza che, sedotto dalle idee innovative di Ariel da Costa, dopo aver visto cosa può succedere a un eretico, in ogni caso non reprime le sue idee, e scrive.

Ciò che scrive lo paga subendo una coltellata al fianco. In questa scena rivedo il senso di quel che è accaduto a Rabin, e ottengo il sapore amaro della fine della pacificazione possibile del Medio Oriente.

Ecco, allora, la fierezza del Marrano, l’irriducibilità di chi ha subito uno sradicamento involontario a rientrare nei ranghi serrati dell’ortodossia.

Ancora un’icona che viene da questo mondo: Shabbatai Tzevì, il Messia dei Marrani. C’è un meraviglioso libro di Gershom Scholem (ovviamente non presumo di dire cosa che non sai già: penso piuttosto di andare verso l’esposizione di una interpretazione orientata) che tratta di questa figura. Leggendo un’altra opera di Scholem – Le grandi correnti della mistica ebraica – mi sono fatto un’idea singolare di una delle ragioni che hanno concorso al successo delle opere di questo grande scrittore del Novecento. L’idea è che Scholem- almeno in parte – abbia trattato di Shabbatai Tzevì pensando ad una figura a lui più vicina nel tempo: Alistair Crowley.

Per il senso della sintesi, non provo qui a spiegare la tesi e mi scuso con chi troverà ermetiche in eccesso queste ultime proposizioni. Mi limiterò a dire che Shabbatai Tzevì, dopo Gesù Cristo e Simeon bar Kokav, è il terzo uomo a proclamarsi (sarebbe più corretto dire: ad esser proclamato dai contemporaeni) Messia. L’aspetto incredibile della vicenda è che Shabbatai Tzevì finisce con il convertirsi all’Islam, giustificando la sua scelta come necessaria per le anime dei Marrani. Di Aleister Crowley non dirò altro, se non che a lui si deve la diffusione del pensiero cabalistico in occidente. Ed ecco la chiave di questa mia lettura: che Gershom Scholem abbia scritto le sue opere sulla Kabalah per restituire il corretto punto di vista ebraico sull’argomento, dando un contesto storico e scientifico all’iperbole artistica e anche un po’ kitsch che ha determinato Crowley (cui andrà, se non altro, il merito di aver prodotto una larga diffusione della conoscenza della cabala, ed insieme il medesimo torto).

In chiusura, tento di giungere al dato attuale (e politico). L’apertura della kabalah agli occidentali è un dato epocale. A voler esagerare, tutto il Novecento (sarebbe meglio dire, il Settimo
Secolo del Sesto Millennio secondo il calendario ebraico) può esser riguardato come preparazione di questo evento. La psicoanalisi, gli scavi in Mesopotamia del British Museum, il ritrovamento delle Sette Tavole della Creazione, i Rotoli del Mar Morto, i Manoscritti di Nag-Hammadi: con un’immagine iperbolica, è come se l’antica Biblioteca di Alessandria fosse tornata reale, tangibile. Tutto questo è semplicemente vero. Internet lo ha realizzato. Se internet ha realizzato questo, allora è possibile – io credo che lo sia – concepire un nuovo sistema di idee, non dogmatico, eclettico, capace di parlare una molteplicità non solo di lingue, ma di sistemi simbolici.

Anche la politica è un sistema simbolico. In questo senso, i simboli della sinistra dimostrano di essere totalmente inadeguati. La falce e il martello, in quanto simboli dell’agricoltura e dell’industria, sono totalmente inefficaci e inadatti ad esprimere il sistema sociale del nostro tempo, perché sia l’agricoltura che l’industria cedono occupazione. Il nuovo punto di svolta è l’accesso ai servizi. La tutela del lavoro, che è il fondamento autentico di ogni emancipazione, di ogni libertà sociale, passa attraverso la promozione e il sostegno di una società fondata sui servizi, sulla k-economy, sull’innovazione.

La nuova classe dei lavoratori, il vero volto dell’emancipazione passa attraverso la tecnologia, e questo non ha nulla di elitario, perché internet ormai è come il telefono cinquant’anni fa: tutti lo usano. Corsi di alfabetizzazione informatica per la terza età sono opportuni e costituiscono un nuovo fiorente mercato. Spazi pubblici di connettività offerti dagli enti locali e dalle strutture pubbliche dovrebbero essere la regola.

Ecco, è possibile trasformare il mondo. A patto che si spazzi via il ciarpame e si sostengano nuove ideologie (su questo c’è molto lavoro da fare) orientate ad un modello di organizzazione sociale Open Source.

Resto disponibile per ogni utile approfondimento.

Distinti saluti

Davide Crimi