Organizzato da ARCI Catania e  SOUTH MEDIA, in collaborazione con Università di Catania, si è svolto ieri presso la sede di via S. Maddalena della Facoltà di Lingue e Letterature straniere, l’incontro con Aharon Shabtai, uno dei maggiori poeti contemporanei di lingua ebraica.

Il pretesto, dato dall’occasione dell’uscita in Italia del suo primo libro in italiano, “Politica” – tradotto dall’ebraico da Davide Mano – è stato un utilissimo grimaldello per ascoltare un punto di vista su Israele del tutto inconsueto: quello di Shabtai è infatti un Israele lontanissimo dal nazionalismo imperialista, estremamente distante dalla versione occidentale e coloniale che legittima la guerra come strumento necessario e inevitabile, e guarda piuttosto nella profondità delle cose, nell’essenza dei riferimenti al mondo concreto dell’essere, dove la guerra non ha posto perché il posto della guerra è sempre e soltanto la menzogna.

Per capire quanto sia un “discorso contro” occorrerà leggere il libro, le invettive contro la guerra, la disperazione perché l’intelligenza e il dialogo non prevalgono ma la brutalità, la realpolitik, la supremazia dello stato.  Eppure, malgrado tutto e sempre, la speranza.  Molte delle poesie politiche di Shabtai sono state pubblicate nel supplemento letterario settimanale del quotidiano israeliano Ha’aretz, provocando spesso lettere di sdegno all’editore e minacce di cancellare abbonamenti.

Due recensioni illuminano la figura di Shabtai rilevandone i tratti più marcati.  La prima, di Tariq Ali, dice: “In tempi bui, quando uno stato costringe il suo popolo alla sottomissione, può essere il momento del poeta che non sarà messo a tacere. Le poesie coraggiose di Shabtai perforano la torbida oscurità israeliana come un raggio laser. Scrive in ebraico, ma parla a nome degli oppressi di tutto il mondo.”  L’altra, di Eliot Weinberg: “Non c’è nessuno come Shabtai, un erudito classicista, che scrive poesie piene di franchezza voltaica e rabbia politica. Questi versi di un patriota tradito dal suo stesso governo sono al tempo stesso attuali e senza tempo. Scritti per i giornali, essi saranno ricordati anche quando i loro referenti saranno da tempo dimenticati. Ma noi siamo abbandonati al presente, e questo è l’unico libro di poesia che dovrebbe essere letto ora.”

Aharon Shabtai è nato a Tel Aviv nel 1939 ed è stato membro del kibbutz Merchavia. Ha insegnato greco antico e teatro all’Università ebraica di Gerusalemme e all’Università di Tel Aviv. Molto stimate in Israele sono le sue versioni ebraiche dei tragici greci. 

Gli abbiamo chiesto se questa sua esposizione alla drammaturgia greca non gli abbia fatto maturare il senso dell’invetabilità del destino di Israele.  Ci ha risposto che non crede al destino.  Gli abbiamo domandato se l’Europa può fare qualcosa per il Medio Oriente.  Ha ribattuto che l’Europa ha il ruolo determinante.  Le istituzioni?  O i cittadini?  “Entrambi” ha risposto. 

Da parte nostra, facciamo quello che possiamo.  E quel che possiamo è alimentare l’attenzione per una diversa idea di vita, un ideale che, infine, è nel cuore di Israele: è l’emancipazione, l’affrancamento, la libertà dal limite e dal limite principale al progresso umano, che sono la guerra e la brutalità.

Gli abbiamo chiesto della poesia.  Parola scritta per arte. 

Ma avere tutte le risposte non significa ancora possederle.