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Questo articolo non chiede di essere capito, né condiviso. Nemmeno accettato. Ha soltanto la funzione di fissare una memoria inerente l’insufficienza nel mondo contemporaneo di continuare a concepire una dimensione dualistica della politica, dove si dividono la destra dalla sinistra (quando entrambe le fazioni sono sfumature della stessa élite borghese che domina l’economia), i buoni dai cattivi (quando i politici corrotti stanno da entrambe le parti e l’imposizione di potere è metodo comune), i laici dai cattolici (quando il termine laico è espressione dell’incondizionata accettazione di un lessico cattolico e quindi rassegnazione ad una egemonia indiscussa e indiscutibile). Tutto ciò è preistoria, è il rantolo di un mondo che sta morendo, destinato a scomparire.

La modernità è complessità, e la complessità nega il dualismo. Per esempio, io non credo nel dio e nel diavolo. Credo nella luce e nella coscienza, credo nell’integrazione, non nella contrapposizione. Mi rendo conto però della necessità (l’Ananke degli orfici) che deve viaggiare alla velocità dell’evoluzione del popolo, l’inelutabilità del karma collettivo. Certo, c’è qualcuno che è ben più avanti. Era il maggio del ’73 (e sono quindi passati 35 anni da allora, senza che questa gnosi sia ancora acquisita) quando Pasolini scriveva che la realtà non si può dividere. “La realtà non si divide, da una parte, nella società conformista, che segue l’evolversi del capitalismo, e nell’altra parte, in coloro che si oppongono a questo attraverso la lotta di classe: la realtà comprende e integra tutte due queste parti (…) la sensazione esilarante che tutto ciò non sia che un gioco (…) l’occhio luccica di ironia nel guardare le cose, gli uomini, i vecchi imbecilli al potere, i giovani che credono di cominciare chissà che (…)” andando incontro a inevitabili e fatali strumentalizzazioni.

Un gioco dunque, che si risolve pirandellianamente nel “giuco delle parti” in cui ognuno canta la sua canzone, vende una merce in cui non crede, ma gli è strumentale a fare in modo che la sua sete di potere possa trovare soddisfazione. A questo si è ridotta la politica (più correttamente, la politica è sempre stata soltanto e nient’altro che questo e persino a ciò non manca un senso nobile: che non è soltanto quello della realtà, ma è soprattutto l’insuperabile definizione di Machiavelli, che qualifica la politica come il sistema che presso le popolazioni civili sostituisce la guerra per determinare chi controlla le risorse (e cioé il potere, inteso come capacità di attribuire ricchezza, titoli e onori).

Tolta la maschera, ecco tutto. Immediatamente, una simile analisi è accusata di qualunquismo, di incapacità di distinzione, di miopia o di presbitismo, al limite persino di viltà, perché rifiuta di schierarsi. Non siamo interessati a ribaltare questi punti. Lo siamo di più a impedire a chiunque di strumentalizzare la nostra libertà di pensiero.

In piena libertà, noi abbiamo scelto altre parole: non laicità e agnosticismo ma gnosi e spiritualità (curioso che tanti si dichiarino agnostici senza sapere cosa c’è dietro quel prefisso privativo). Non sinistra o destra ma emancipazione e affrancamento. Non crescita e sviluppo ma autosufficienza e cooperazione.

Manca però ancora qualcosa di determinante. La reintegrazione della dimensione spirituale della vita. Ecco cosa significa accogliere l’irrazionale in politica. L’occidente ha sepolto i culti e i riti in una dimensione occulta che oggi, nell’età della comunicazione integrale, non è più accettabile. Questa dimensione occulta del resto manifesta il suo riverbero esteriore quando appaiono le baluginanti espressioni dei nomi degli ordini più noti: Massoneria, Militia Christi, Opus Dei, Rosa+Croce, per fare qualche esempio.

In genere, la loro natura conservatrice e reazionaria non è messa in dubbio. Ma non va dimenticato che anche l’Illuminismo trae origine da una dottrina occulta. L’ipocrisia della cultura egemone – dunque del sistema sociale borghese del nostro tempo – rende impossibile sostenere questa tesi. O meglio, è quanto è accaduto fino a ieri. La novità (certo, d’avanguardia, ancora incomprensibile alla mediocrità contemporanea per quanto la vulgata sia giunta ormai al Codice Da Vinci e persino a Harry Potter) è data dal fatto che si apre la frontiera degli ordini iniziatici open source, che non sono diversi per dottrina e culto da quelli tradizionali, ma si aprono a tutti i livelli della società (e non più solo alle élites), generando un allargamento della coscienza sociale paragonabile alla riforma di Clistene.

Il materialismo storico non può essere un dogma, perché un dogma lo costituirebbe in quanto religione (ed in effetti questo è stato un limite invalicabile per l’ideologia marxista). Lo stesso Marx del resto ha esposto (in uno dei suoi libri meno frequentati e più importanti, qual è “La questione ebraica”) che “L’uomo si emancipa dalla religione bandendo questa dal diritto pubblico e relegandola in quello privato” il che significa che la spiritualità non è materia che riguarda lo stato ma il singolo nella sua sfera privata, nella sua dimensione intima.

La tesi che scaturisce da queste rapide iperboli è che questa dimensione spirituale oggi non sussiste ancora (e forse non esisterà mai, perché non è questo il fine ontologico di questo mondo), perché le dottrine iniziatiche continuano ad essere appannaggio delle élites economiche e politiche della società, mentre il conformismo piccolo e medio-borghese le esclude mediante un ventaglio di soluzioni, che vanno dall’adesione al cattolicesimo di maniera, all’etica del professionismo (nelle varianti laica e protestante), al falso anticonformismo (o anticonformismo di maniera) di chi usa droghe, fino alla semplice inconsistenza di qualsiasi idea spirituale e all’accettazione degli stereotipi televisivi come manifestazioni uniche della realtà possibile.

Infine, la conseguenza di questo stato di cose è un’idea chiara sul processo di rinnovamento della politica, che ovviamente non può venire dalle forze conservatrici e reazionarie – nelle varianti di destra (con nostalgie monarchiche, fasciste, integralismi cattolici, intransigenze liberiste, etc.) e di sinistra (con derive cattocomuniste, programmazioni sovietiche, strumentalizzazioni leniniste dell'”utile idiota”, etc.) – ma può venire unicamente da quelle avanguardie che sanno vedere in prospettiva, in là nel futuro, anche quando la visione si spinga tanto oltre da non esser sufficiente il tempo della vita per vederne i frutti.

Questa idea scende dall’astrazione potenziale dei numi e si fa concreta nel mondo contemporaneo come dottrina dell’ Open Source, asserendo l’assoluta importanza, la necessità ormai vitale di mantenere un assetto di libera comunicazione su internet che, a questo punto dell’evoluzione storica è – immediatamente dopo il sostegno alimentare e la respirabilità dell’aria – la risorsa più importante, il bene collettivo più rilevante.

Intendendo Open Source in modo più ampio, come filosofia (e dunque come orientamento antropologico allo sviluppo attraverso il dialogo e la condivisione) e come dottrina (e cioé – discorso più complesso ma rilevantissimo – come strumento iniziatico per la strutturazione di forme di comunicazione stabili e condivise), si ottengono elementi fondamentali per il rinnovamento della società. Un avvicinamento all’irraggiungibile modello dell’utopia sociale.