Nicola Illuminato Giacomo Vincenzo Erasmo nacque a Bronte il 6 Dicembre 1740 da Vincenzo e dalla sua seconda moglie, Agostina Dinaro. Iniziò i primi studi a Bronte, nell’Oratorio di S. Filippo Neri e poi nel seminario diocesano di Monreale distinguendosi negli studi di eloquenza, scienze sacre, filosofia, pittura e musica. Appena 25enne, divenne professore di filosofia e geometria nel medesimo seminario; fu poeta, musicista, oratore, storico, matematico, apologeta e pubblicista.

Nel luglio 1861, avendo acquistato da un libraio di Marsiglia “Dogma e Rituel dell’Haute Magie” di Elifas Levi, ne era rimasto molto impressionato ed aveva deciso di mettersi in contatto con l’autore. Ne seguì una corrispondenza di più di 1000 lettere che durarono dal 24 ottobre 1861 al 14 febbraio 1874. È un corso di Cabbala unico, preciso, pieno di figure esplicative e di aneddoti.

Spedalieri fu uno dei più importanti mecenati del professore di Scienze occulte, che più volte lo incontra, a Napoli e a Bronte. Teologo ed intellettuale di spirito indipendente, Spedalieri trasse da questo rapporto linfa e nuova materia. Il suo carattere che non sopportava le rigide ipocrisie dei suoi tempi ed il fanatismo teologico lo portò presto a scontrarsi con i teologi palermitani; fu accusato di empietà, di temerarietà e addirittura di eresia.

A Palermo non gli fu concesso la stampare di un “tesario teologico” (serviva ad addestrare e stimolare gli alunni): non solo non furono approvate dai censori ecclesiastici, ma furono rigettate, come sospette di eresia. Fece allora esaminare i suoi scritti a Roma e «col debito permesso del maestro del sacro Palazzo p. Ricchini» (al cui esame furono sottoposte d’ordine del Papa) stampò l’anno stesso a Roma il suo “Propositionum theologicarum specimen …” (Roma, Tipografia Palladis, 1772).

Trasferitosi a Roma nel 1773, cominciò ad interagire con il mondo culturale, stabilendo rapporti di amicizia con i più illustri letterati, filosofi ed artisti dell’epoca (tra cui il cardinale Borromeo, Vincenzo Monti, Winckelmam, Milizia, Canova, Mengs), entrando a far parte dell’accademia letteraria dell’Arcadia assumendo il nome di battaglia Melanzio Alcioneo; conosciuto e subito apprezzato dalla Corte Romana fu caro specialmente al Papa Pio VI che fece su di lui grande affidamento e da cui ebbe l’incarico di scrivere la Storia del prosciugamento delle paludi pontine (disposto da Pio VI) e, soprattutto, la sua famosa opera sui diritti dell’uomo, voluta per porre un argine all’imperversare delle teorie rivoluzionarie che si diffondevano dalla Francia.

In quest’opera – “De’ Diritti dell’Uomo” (Assisi, 1791) – lo Spedalieri, avverso ad ogni forma di dispotismo illuminato, volle avvicinare la Chiesa alle idee democratiche. Muovendo dalla tesi del contratto come origine della società, sostenne che la religione cristiana è “la più sicura custode de’ diritti dell’uomo”, assumendo posizioni lontane dagli spiriti della rivoluzione francese, ma criticando altresì duramente gli abusi del dispotismo e giustificando la ribellione all’autorità, quando questa non rispetti “i diritti naturali”.

L’ispirazione martinista dello Spedalieri è sensibile nella sua tesi antropologica per cui l’uomo tende essenzialmente alla felicità, alla perfezione, all’unione con gli altri uomini, e non può vivere felice e perfezionarsi che nella società civile. Date queste premesse, il governo che non tutela ma viola questi diritti, diventa illegale e può essere rovesciato dal popolo sovrano.

Nella visione di un cattolicesimo illuminato, per Spedalieri la custode più sicura di questo “contratto sociale”, dei diritti del cittadino e quindi della libertà, è la religione cristiana perché non può assolutamente spogliare il cittadino dei suoi diritti naturali: infatti l’amore del prossimo, la fratellanza, l’eguaglianza, il rispetto, la carità che sono i principî della società civile, sono nello stesso tempo i cardini della religione cristiana.

Malgrado i contrasti delle aree più oscurantiste, il pontefice Pio VI permise la pubblicazione del libro a Roma, sebbene con la falsa indicazione di Assisi e con il frontespizio privo delle rituali approvazioni ecclesiastiche, sostituite dalla più sbrigativa formula “con licenza dei superiori”.

L’opera ebbe un importante successo librario: in poco tempo, l’opera fu ristampata quattro volte e in diverse città (e non mancarono anche le edizioni contraffatte, una delle quali è conservata nella biblioteca del Real Collegio Capizzi).

“De’ diritti dell’uomo” suscitò anche tanti odi e feroci critiche ed una crociata di libri e d’opuscoli cercò, anche con vituperi e strali velenosi, di confutare e demolire le tesi anticipatrici del filosofo, trovando contro sia i benpensanti laici che i religiosi ed anche i progressisti (Rosmini, Taparelli-D’Azeglio, Cantù).

Morì d’improvviso a Roma nella casa di via Borgo Vecchio 16, in Trastevere il 26 Novembre 1795. A quel tempo aveva 55 anni. Subito si diffuse la notizia che la sua morte fosse stata causata in realtà da un avvelenamento. Dai registri della Basilica vaticana risulta che Spedalieri morì afflitto da una malattia di lunga durata (morbo diuturno consumptus); tuttavia il suo fedele e potente amico Monsignor Nicolai sostenne, qualche anno dopo, che la causa della morte fu una improvisa ac gravis valetudo.»

C’è inoltre una testimonianza di pugno dello stesso Spedalieri che, in una lettera del 23 luglio 1793, conservata nel fondo antico del R. Collegio Capizzi, così scriveva al fratello Erasmo preoccupato dalle notizie sullo suo stato di salute: «Ricevo con quest’Ordinario una vostra de’ 5 luglio, che certamente mi sarà giunta per miracolo, dalla quale ricavo l’ansietà arrecatavi dal Seminarista di Monreale che certissimamente ha riferito il falso, poichè non sono stato altrimenti ammalato, anzi ho goduto e godo perfettissima salute (…)».

Nicola Spedalieri ebbe sepoltura ed un modesto monumento nell’Oratorio dei santi Michele e Magno (ancor oggi esiste la lapide che lo ricorda) appartenente al Capitolo Vaticano. Nel 1809 lo Stato pontificio coniò in suo onore una medaglia e fece erigere un mosaico davanti al suo sepolcro (l’epigrafe sottostante al detto mosaico riporta “Memoriae Nicolai Spedalieri presbiteri nazione siculi domo Bronte…”).

[D.Cr.]