Solo la libertà può generare la libertà, solo la giustizia genera giustizia. Per ripristinare questi significati originari dell’etimo “senza principe”, bisognerà modernamente distinguere Anarchia da anarchismo. Se Anarchia è il principio filosofico, anarchismo è la modalità storica in cui si è manifestato, includendo espressioni violente e di ricorso alla lotta armata. Se sono comprensibili le necessità storiche (e dunque la lotta armata risorgimentale) – oggi tuttavia non si può accettare l’uso della violenza.

Un breve sillogismo renderà chiaro questo concetto:

Un anarchico è una persona che non vuole padroni.  Una persona che non vuole padroni non ha nessun interesse ad essere il padrone di qualcuno.  Per un anarchico, essere il padrone di qualcuno è un’idea ripugnante. Quindi, l’anarchico non può avere nessun interesse a convincere qualcuno con la forza. Tanto meno mediante l’uso delle armi.

Malgrado questa evidenza, spesso il potere ha attribuito agli anarchici atti di terrorismo, soprattutto attraverso la tecnica delle infiltrazioni. La dinamica è questa: si paga qualcuno perché si inserisca dentro un contesto di protesta. Questo qualcuno pagato svolgerà un’azione violenta, così da generare riprovazione della opinione pubblica verso quel movimento di protesta. Il potere paga qualcuno che si finge anarchico per svolgere un’azione terroristica che è funzionale all’inasprimento del potere. Si incastra l’anarchico, così il potere trova il capro espiatorio.

Per contro, la nobiltà dell’idea anarchica associata alla non-violenza è concretamente rintracciabile nell’idea di Gandhi che, di fronte al Congresso Indiano, chiaramente affermò: “Io stesso sono un anarchico, ma di altro tipo” (cfr. Yogesh Chanda, Gandhi, il rivoluzionario disarmato, cap. XXII – Milano 1998). Dicendo “di un altro tipo”, Gandhi si riferiva alla sua idea di ahimsa (non-violenza) e precisamente al ripudio dell’uso della forza e all’esclusiva consapevolezza della coscienza nell’affermare, individualmente e collettivamente, un sistema sociale fondato non sul caso ma sulle cause dell’agire, e cioè sulla responsabilità.

Tuttavia, malgrado la sua grande autorità morale, lo stesso Gandhi fu aspramente criticato per aver usato questo termine.  “Anarchico” è un termine abusato e logoro.  Abbiamo bisogno di nuove categorie, di una parola nuova.

Il tema non è nuovo: del resto, quando Proudhon (il primo intellettuale conosciuto per essersi definito “anarchico”) intese attribuire al termine anarchia un significato positivo, già la parola era carica di significati negativi, che la accostavano a caos, disordine.  Il motto magico di Proudhon – Destruam et Aedificabo – dice tutto sulla sua visione che riguarda la distruzione delle sovrastrutture inutili, delle paure costruite dal potere per governare – ed affermare una società giusta, veramente civile, non più fondata sullo sfruttamento.  Una società anarchica non è una società del consenso (più o meno estorto, più o meno indotto), ma una società continuamente rigenerata dall’accordo, dal mutuo consenso, che si definisce e si ridefinisce in una federazione universale.

L’idea anarchica è, infine, l’idea di un sistema di autogestione simile a quello che si sta affermando oggi mediante i sistemi open source in internet.

Non c’è bisogno del sistema tradizionale di proprietà.  La proprietà così intesa crea profitto (e dunque sfruttamento), genera instabilità e induce a circoli finanziari che producono debiti che superano la capacità di ripianamento, spingendo ad aumentare la produzione in modo vorticoso, distruggendo risorse non recuperabili.  Occorre superare questo modello di organizzazione della società.  Non a caso, già il Manifesto di Ventotene indicava largamente come gli stati nazionali in realtà siano il simulacro dietro il quale si nascondono i potenti, le élites che comandano il popolo.  Questo Manifesto, si deve ricordare, indicava gli stati nazionali come lo strumento che ha trasformato gli uomini in soldati, che ha deliberato la seconda guerra mondiale, pur di impedire l’emancipazione del popolo.

Quanto siano attuali queste riflessioni è evidente.  Come dovrebbe essere evidente che questo sistema di governo, falsamente democratico, crea squilibri sociali e fenomeni di dispotismo che si ritorcono contro i lavoratori stipendiati. Non si tratta di un problema di una sola nazione, è il problema dell’intero mondo occidentale.

I lavoratori, sebbene non possano essere identificati in una definita classe sociale (come veniva definito il proletariato industriale alla fine del XIX secolo), sono oggi tanto più vulnerabili quanto più sono precari i loro contratti, che li rendono soggetti all’autorità illegittima e arbitraria dei datori di lavoro e della pretesa “classe dirigente” che sta portando al collasso il welfare state e il sistema democratico.

Certo, abbiamo bisogno di una parola nuova.


IAO