Come spiegare qualcosa che può essere compreso soltanto vivendolo? Raccontando ciò che si è vissuto? Su quale piano? Fisico? Psicologico? Spirituale? Su tutti e tre? Siamo certi che esistano solo queste cinque qualità dell’anima? Rinvio al trattato Vivekakudamani, il diamante della discriminazione, per comprendere il concetto che Verità è solo ciò che è certo e immutabile e perciò, durante questa esistenza terrena, non c’è la Verità, ci sono soltanto tante piccole verità, spesso frammiste al falso e alla menzogna.

Innanzi tutto, l’ingresso. Saper aspettare.

In aeroporto scoprii che il volo da Londra a M. era stato cancellato: inesorabile, il board lo segnava con una striscia rossa. Con il mio affannato inglese, domandai. Tutto rinviato di qualche ora. Telefonai per avvertire.

Giunsi all’ora stabilita. Riconobbi l’auto che avevo visto in foto, per posta elettronica. Uscii dall’aeroporto, giunsi all’auto ma era chiusa e non v’era alcuno dentro, né lì vicino. Rientrai all’ingresso dell’aeroporto, guardai intorno. Tornai a guardare verso l’esterno, e vidi l’auto che andava via. Provai a telefonare, ma non riuscivo.

I minuti passavano, dieci, venti, trenta. La linea era disattiva. Neanche al telefono fisso ottenni risposta. Cominciai a pensare alla rinuncia, a un albergo, al ritorno.

Poi l’auto riapparve.

Il tattva, la figura mistica: un ovale nero su fondo bianco. Prima di tutto, vidi una testa senza volto. Rividi il mio non essere, i limiti della mia individualità, il deficit di personalità, l’ansia di non essere nessuno, la paura di non esistere. Rimasi a lungo prigioniero di questo pensiero, finché non concepii l’uovo. Sarebbe bastato rovesciare la figura e quella che prima appariva una testa senza volto, sarebbe divenuto un uovo. Poiché ero seduto e tenevo la figura tra le mani giunte, per un attimo ebbi la memoria del parto, il trauma della nascita. E vidi che il bianco che lo circondava era luce, e lo nutriva.

Fui chiamato. Sui miei occhi fu posta una benda. Tornai nel buio. Un braccio sorresse il mio cammino. Entrai nel tempio. In ginocchio, la spada sulla gola, mi fu richiesto di andare via. Qualcuno disse qualcosa, intercedendo in mio favore: sapevo già tutto, in fondo, non era che la recita di un copione antico come la vita. Rimasi. Mi fu chiesto il mio nome, il nome magico, quello che avevo scelto. Risposi. Fui condotto in cerchio. Ad est, chi purifica col fuoco mi impedì di passare. Ad ovest, chi purifica con l’acqua mi impedì di passare. Mi fu ordinato di uscire.

Tornai, e dovevo sapere come bussare. Solo allora s’aprì la porta. Tornai, e dovevo sapere come dare il saluto. Tornai, ma non seppi come il Tempio si chiude, e quali gesti, e quali atti, e quali misteri aprono e chiudono le porte.

Non possedevo il grado e, come ero entrato, così ero uscito: 0 = 0 , questo il significato.

Eppure, qualcosa era cambiato: confermai ciò che sapevo in astratto, vivendolo.

*

*       *

La seconda volta un ostacolo imprevedibile si frappose. Una concomitanza di date, sul venerdì. Dapprima fu eroso la spazio della mattina: così cercai una soluzione, spostare in là nel pomeriggio.

Il giorno dopo pervenne notizia aggiuntiva che anche il pomeriggio era preso: riunione di lavoro, a Roma, momento centrale delle attività di programmazione della rete. Scegliere: il gioco, il piacere, la filosofia o che altro vuoi dire, messo in rapporto al lavoro.

Potevo non andare io, far sì che andasse qualcun altro. Ma tu sai quanto sono delicati questi rapporti, e quanto può costare mandare qualcun altro. Sai che può significare essere estromessi. Che fare?

Quando non si riesce a pensare, è meglio sospendere. Due giorni dopo ebbi le idee più chiare. La possibilità da esplorare era l’ipotesi di un volo sabato mattina. E c’era. E non era nemmeno una cifra impossibile. Tutto sommato, un danno sopportabile, come una multa per sosta vietata, o per esser passati con il rosso. Partenza alle 6.30 (chiusura dell’imbarco alle 5.15), scalo a Bruxelles e arrivo a M. alle 10.05. Ma ciò significava anche essere in aeroporto alle 4.15 del mattino, cioè dover prendere un albergo e poi un taxi in piena notte, un’altra spesa che raddoppiava i costi, senza neanche aver il tempo di riposare. Decisi di semplificare radicalmente, e passare la notte in aeroporto. Alla fine della conferenza e del meeting di lavoro, andai via da piazza Sallustio per approdare in via Belsiana, dov’è l’ufficio di D.Y.F. Parlammo insieme del centro studi, di antropologia, del progetto internazionale. E poi cenammo, spaghetti cacio e pepe. Poi la metro, il treno da Termini per Fiumicino.

La notte in aeroporto sembrò uno strano sogno. L’aeroporto non è come la stazione, miseria e benessere si mescolano meglio. E la sala d’attesa è grande e c’è un bar che sta aperto tutta la notte, e si chiama come Piazza di Spagna. Fuori, dalle grandi vetrate, si vedono gli aerei che arrivano e decollano, o meglio, si intuiscono, perché poi ti siedi e sonnecchi un po’ come il gatto con gli stivali, un occhio chiuso e uno no, attento che nessuno ti freghi la valigia che hai messo sotto i piedi o sotto il braccio, finché la schiena non si indolenzisce, oppure ti viene da pisciare e allora ti rialzi, guardi in alto e vedi che nel cielo c’è Orione col suo cane Anubis e ti ricordi cosa sei venuto a fare, cacciatore di vita che conosci il mistero della morte.

Un mendicante cammina trascinando i piedi. Lo guardi con diffidenza e compassione. Lui ti ama: è per questo che, se gliene offri l’occasione, ti ruberà la borsa.

Quando l’omaggio a Mercurio fu compiuto, giunse l’ora dell’imbarco. Poi, un soffio: la coincidenza, non puoi sbagliare nulla, se non vuoi perdere il volo e tornare a casa.

Ma ero sul cammino: e non potevo sbagliare. Leggevo le indicazioni. Alla fine, per confermare domandai. Tutto giusto.

Solo, il volo sembrava essere in ritardo. Partimmo alle 10 meno un quarto da Bruxelles. Come avremmo potuto essere a M. in venti minuti? Capii quel che significa sii signore del tuo tempo quando compresi che non avevo tenuto conto del meridiano che anticipa l’ora.

Giunsi, in perfetto orario.

E dopo tutto quel che avevo fatto, eravamo quattro gatti, gli stessi dell’altra volta, spelacchiati più dell’altra volta. Tanta fatica per una banalità, voler vivere qualcosa che non esiste, provare un’emozione che sta solo nella fantasia di quattro sciocchi come me.

Il tattva era un quadrato giallo. Era la terra arida, the waste land. Terra su cui tu semini e la pianta non cresce, tu pianti granturco e vien su gramigna.  Ambizione che si svuota in delusione, voci degli spiriti della terra che gridano: “Non è possibile!” o “Non serve a niente!” o “Cosa vuoi da noi?”

Il quadrato giallo, la terra arida, ha-Aretz. Ricordai che l’ambizione e la delusione hanno lo stesso volto. E vidi che il giallo brillava, e udii la radiazione, una luce violetta.

Fui chiamato all’ingresso, ed entrando entrai. Vidi i pani di luce delle dodici stelle, le fiammelle del candelabro a sette braccia. Ed ero entrato; ma nuovamente fui invitato ad uscire.

Tornai, nuovamente con occhi coperti dal buio. Ricorda e dimentica, se vuoi ricordare.

Poi, alzammo la spada al cielo, e toccammo le stelle con le mani.

1 = 10

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